Tree of life

Jack e suoi fratelli vengono cresciuti in pieni anni ’50 secondo due modelli educativi diametralmente opposti: da una parte la madre, comprensiva, amorevole e interamente dedita a cercare di far mancare il meno possibile ai suoi figli; dall’altra il padre, duro e marziale fino al limite dell’ossessione, seppur mosso dall’insopibile desiderio di voler preparare i figli alle future difficoltà della vita. A far precipitare gli eventi interverrà l’improvvisa morte del suo più fedele compagno adolescenziale, oltre che fratello minore.

Da un punto di vista strettamente tecnico, il film è l’ennesima manifestazione di talento di Malick: tagliato praticamente come una sorta di documentario, riesce pur se con qualche occasionale eccesso, a mantenere alta la soglia di attenzione, sia visivamente che narrativamente.

La critiche più forti mosse alla pellicola sono l’inconcludenza e la mancanza di linearità: ora, io credo che tutto ciò non sia un caso. Escluderei la questione dell’incapacità, in favore di una più plausibile ed intima volontà del regista di provare a scardinare quella tradizione narrativa del raccontare la vita attraverso un singolo e lineare episodio a mò di parabola.

Al contrario, per Malick la VITA non è QUESTA o QUELLA serie di eventi, ma piuttosto una serie di occorrenze animate da un gigantesco flusso, di cui gli occasionali protagonisti esemplificano un singolo svolgimento ed il cui sviluppo “lineare” ha il solo scopo di farcelo apparire comprensibile: ma di per sè la vera esistenza è qualcosa che un pò ci scorre dentro, come una mano che calza un guanto, capace di balzare liberamente avanti e indietro nel tempo, magari spingendosi lontano nel tempo fino agli albori della vita, o ancora facendoci improvvisamente riemergere alla coscienza uno spaccato di vita di cui non avevamo mai saputo dirci consapevoli prima.

Una sorta di panteistico flashback permanente.

Da questo punto di vista, questo Albero della Vita mi è sembrato una lunghissima estensione, narrata sulle spalle degli inconsapevoli Pitt e famiglia (a proposito: incredibile l’interpretazione dei ragazzi-bambini), di quelle riflessioni che i Marines de La sottile linea rossa arrivano a porsi sulla soglia dell’inferno dell’isola di Guadalcanal: evidentemente il nodo esistenziale che già a suo tempo torturava Malick aveva bisogno di un approfondimento.

In chiusura, reputo questo film un ottimo prodotto, benchè leggermente sotto le mie personali aspettative.

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About funkoolow

Il sottoscritto nasce nel '77, dall'altra parte del mondo. Dopo un utilissima laurea in filosofia con tesi sul diritto d'autore in epoca digitale, partorita grazie al supporto di un docente d'italianistica particolarmente illuminato, finisce a lavorare come grafico, programmatore e stampatore clandestino in una piccola azienda di paese, oltre a figurare come collaboratore di LUG locale e pseudo fondatore di una webradio già naufragata. Il suo vero obiettivo finale resta rompersi talmente tanto le palle di tutto il casino che gli si è creato intorno da essere costretto a tornare nei natii loci e ricominciare faticosamente tutto da capo - e fortunatamente sembra che in questo senso, i tempi stiano subendo una drammatica accelerazione.